Autobiografia dell'umanità
di Flavio Arensi
Tre Terzi, di Antonio Biasiucci, ed. Peliti Associati, Roma 2012
C'è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio. Ora capita che, mentre passano gli anni, e dunque la memoria chiede più attenzione, si affievoliscano i particolari di molti attimi lontani quasi vi fosse frapposto in mezzo, fra me e la coscienza che ho di loro, un vetro smerigliato e nebbioso. Temo talvolta di perdere la concezione stessa degli eventi, e capita - non raramente - di affliggermi per aver tralasciato di trascrivere una discussione, o di fotografare tal istante o il tal altro incontro, perché poi ritorna alla mente il senso emotivo dell'accaduto però sfrangiato dei particolari più fini. Credo sia una caratteristica dell'uomo dissipare il diario dell'esperienza, forse per difesa, come fanno le primipare che cancellano il ricordo del dolore e delle angosce del parto, così affievoliranno anche le prossime eventuali paure. Tuttavia, io che ho vissuto il parto da spettatore, ho l'angustia opposta, ossia che diradino i particolari della nascita di mia figlia, la calma agitata nel recidere il cordone ombelicale, la scoperta della sua consistenza, che invece immaginavo fragile, la sua opposizione al taglio per separare due esseri connessi da nove mesi. È della natura umana la dimenticanza, ne sa qualcosa Ulisse ammaliato da Circe, trattenuto da Calipso, il cui nome significa tenere all'oscuro, e lascia intendere che talvolta noi stessi amiamo le braccia del nostro carceriere perché fa comodo imprigionarci in una cogente illusione. Così si perde la memoria dell'ordinario, la fatica di sopportare il “progresso”, la sua tecnologia, i ritmi medesimi delle città e dei loro bisogni, che non sono i nostri, almeno i miei, confesso. Allora, diventa necessario ricordare; io – per esempio - devo tenere in vita il senso profondo dell'esistenza, come fanno i sufi con lo Dhikr, la loro principale cerimonia, in cui cercano caparbiamente di ricordare, e la loro operazione non è secondaria o scontata perché quello che desiderano è rammemorare il loro Dio. Non interessa sapere che forma abbia, quali contorni, poteri o attenzioni pretenda, bensì quale tempo gli concedono gli uomini, o forse si concedono per guardarsi dentro e capire chi sono e quanto a lungo tratterranno nei loro animi il momento della memoria riconquistata. Antonio Biasiucci si è preso questo tempo ed è durato anni, ancora perdura e quello che ne deriva pare una sorta di autobiografia, che non è soltanto divisa per capitoli personali di narrazione privata, ma una sorta di autobiografia dell'umanità scritta per suggestioni, momenti topici e particolari portati a manifesto d'intenti collettivi. Più nelle mostre che nei suoi libri, Biasiucci “esplode” il proprio lavoro, lo rimescola per temi comparando, rimestando, provocando. Certo non è mai quello che sembra, è quello che potrebbe sembrare, forse non è, o forse lo è, non importa; certo un vapore lascia intendere la forma della scrofa chiamata al macello, il suo punto d’osservazione che diventa grido o vagito, una storia di ciascuno e di nessuno, come il parto che è pur sempre un sacrificio e un atto di speranza se non di coraggio. E ce ne vuole molto a dimenticare che ogni giorno si soffre, ogni istante si cade, ma poi si ride, ci si aggrappa per rimettersi in piedi: ce ne vuole molto – dicevo - a offrire a un figlio lo stesso destino. Del maiale non si butta via nulla, si trasforma: è un attimo di sopravvivenza, o lo era, quando l'animale sosteneva la tavola di un'intera famiglia ed era prezioso, allevato con cura giacché serviva a superare i tempi freddi delle stagioni. Biasucci in fondo fa un’operazione d'installazione artistica, prende le immagini del suo archivio fotografico e le determina in un percorso in cui si perde il senso del reportage, per diventare concetto, per trovare e ritrovare se stesso, per trovare e ritrovare il consorzio terreno. Questa spoliazione serve a inseguire o produrre un sistema multicentrico di raccolta dei fenomeni, e toglie alla singola fotografia il dovere del racconto, poiché qui la storia si fa per frammenti che si assommano in un circuito semantico nuovo, dove ogni scatto non è isolato bensì interconnesso. Non a caso – immagino - gli scenari che predilige sono inurbani, che vale come di qualcosa che non sta nella cerchia dell'urbe, la città, e nel frattempo è privata di gentilezza, perché la natura non è mai educata, tutt'altro, e per quanto l'uomo tenti di addomesticarla questa segue i suoi schemi, i suoi odori, cui noi abbiamo declinato; talvolta è il terrore stesso che ci rende riluttanti nei suoi confronti, tanto da provare a schiacciarla e ogni volta finire schiacciati. Perciò, il nostro atavico rifiuto della morte, che invece è ineluttabile e non c'è sistema per evitarla, ci fa andare rapidi senza voltarci indietro, scappare lontani dai ritmi e dalle logiche della nostra stessa ragione di essere qui in questo secondo. Però, fra il parto e l'addio c'è un viaggio estremo che per ciascuno cambia, pur nel comune denominatore che tutti ci unisci e ci rende simili, che sia un eroe dei mondi oppure il pratico gestore di bottega, o vacca che diventa bistecca, ognuno vive la possibilità di esistere, di trasformare e trasformarsi, generare e generarsi. Non per nulla Biasiucci sale le sponde del vulcano, fotografa il magma rappreso, quello ancora un poco molle, che poi diviene crosta, e solidifica e diventa pane, ferita rimarginata, occhio, seno, corpo, pelle. Il magma sono le cose tutte, quelle che stanziano nel profondo dell'animo ed escono facendo anche male, poi si assestano e se hai superato quel periodo difficile, sicuramente seguirà un po' di pace, poi magari un'altra tempesta. Uno dei suoi temi più conclamati s’intitola «Res», che per i latini erano le cose, appunto le cose tutte, nobili come gli eventi da inserire negli annali, eroiche biografie le res gestae, la cosa pubblica res publica, res adversae la disgrazia, res secondae la fortuna, insomma ogni singolo fatto, pretesto, successo e ammonimento, come i minerali della terra che sono tutti frammisti e saltano fuori dalle viscere diventando nuova terra su cui camminare, ovvero scrivere la nostra esperienza. L’esperienza ciascuno se la porta in spalla e questa zavorra determina gli incontri, che sono talvolta scontri o lontananze e cambiano, anzi cuociono, nel nostro intimo, per erompere al momento opportuno, o a quello per apparenza più inopportuno. Alla fine tutto però risponde a un sistema nascosto, inesplicato, che Biasucci cerca di interpretare giustapponendo immagini e impressioni. Quando nega lo scatto singolo oppone l’urgenza di una rammemorazione collettiva. Uso questo termine ancora una volta, forse desueto e poco comprensibile, perché offre la coscienza di un gesto che è molteplice, vive la necessità di farsi un poco da parte nella sua autonomia per aggiungersi a un flusso che è generale, un teatro delle genti più che dei capocomici. Se da un lato questo significa togliere l’accento sulla prova singola e sul suo successo enunciativo, operando una spersonalizzazione a favore della personificazione, dall'altro significa valorizzare un concetto più alto, forse esattamente più naturale, in cui l'idea di organismo si afferma come paradigma. Così, la lunga teoria di volti fotografati da Alfredo Biasiucci, padre di Antonio, viene come ovvia conclusione di un lavoro sulla memoria che prende spunto dalla autobiografia personale e diventa di ciascuno, sulla ricerca dell’identità che passa inesorabilmente dal ritorno ai genitori, dal perdono dei loro sbagli e delle loro assenze, ma anche delle presenze. Si riparte da quanto di buono abbiamo ereditato. Non è facile trovare sui negativi in vetro i lineamenti precisi dei ritrattati di Alfredo, si vedono le loro ombre polarizzate, si capiscono le siluette ma non gli sguardi, si intuiscono gli occhi che sono buchi neri e si perdono le tracce delle rughe. Sono ormai anonimi sconosciuti. È qualcosa che emerge pian piano. Bisogna dargli tempo. Così sono anche le «Costellazioni» di Biasiucci: volti che boccheggiano sulla superficie della fotografia, si porgono, eppure stanno un passo indietro, nel regno degli sconosciuti. Come le stelle che si vedono, ma sono lontane, quello che si presenta già non esiste, è solo l’impressione di qualcosa accaduto migliaia di anni luce fa. Si entra, nella piccola scatola che le trattiene, ci si deve abituare al buio, ci si deve abituare ai lampi di luce. Sono le tracce magmatiche che sbalzano, le pagnotte che escono, gli ex voto fatti lampi, le vacche, il maiale, mia moglie che mi offre mia figlia Emma come un fiore che si apre e si dona al mondo. Si perché nascere significa darsi, a prescindere dalle opportunità destinali, e si sta ancora una volta al punto di partenza, che diventa la fine di qualcosa che a sua volta precede ed è il mistero dell’incarnazione, che non mi pare più un problema teologico, una truffa religiosa, ma un gesto consueto. E così sussiste uno stretto legame fra memoria e oblio, fra lentezza e rapida successione degli eventi. C’è un equilibrio naturale che ci fa ricordare e poi invece la dimenticanza: forse per salvarci da ciò che ancora non conosciamo o più facilmente si corre per distrarci da ciò che fin troppo bene si conosce, e queste sono le ombre delle nostre costellazioni quotidiane.