La Casa Madre
di Eduardo Cicelyn
Aver cura della “cosa” e non sottomettersi alla sua presunzione d’integrità, ma fare “come” se l’opera d’arte fosse un bene condiviso, da usare nello scambio simbolico in cui si giocano in relazioni inaspettate le vite di autori, curatori e spettatori: le fotografie, i quadri e le sculture di Paladino e Biasiucci hanno disegnato nel gioco dei rimandi e delle assonanze segrete la scena originaria della casa, come recinto sacro dell’eterno ritorno della quotidianità. Figure, oggetti, segni, forse famigliari, forse astratti, magari amichevoli o ostili messi a danzare in cerchio tra una stanza e l’altra, scontrandosi o ignorandosi, dandosi la voce oppure tacendo, ritraendosi nel buio o sfidando la luce con presenze incombenti: l’arte nella sua accezione più libera è passata come un vento impetuoso o leggero, rammemorando e scompigliando storie vecchie o forse non ancora accadute, fantasmi mai visti ma da sempre temuti. In fondo, una buona mostra è il racconto figurato di un’idea còlta nella precisione irripetibile dell’occasione, come una sequenza di frasi il cui senso si rivela solo nella circostanza che la determina. Perciò ogni singolo passaggio, da una stanza all’altra, nel complicato incastro di somiglianze sfuggenti e lungamente meditate, è un segnale per il visitatore che vuole addentrarsi nella sintassi segreta delle immagini. Le sculture di Paladino e le fotografie di Biasiucci, da una stanza all’altra, si scambiano i ruoli e stanno insieme come fili che si annodano per attrazione o che, nella tensione, si urtano rimbalzando gli uni verso o contro gli altri. La casa, ogni casa, è sempre un labirinto in cui è destino perdersi o perlomeno smarrire qualcosa di sé, per ritrovarlo chissà quando, chissà come, in mezzo a chissà che, nella proprietà di chissà chi. Tre i temi fondamentali del progetto: linguaggi diversi (scultura e fotografia) non necessariamente svolgono diverse funzioni, se pensati e modellati a un livello di consapevole astrazione; la potenza delle immagini è nelle connessioni di senso che si sviluppano nel passaggio da un codice all’altro, in una continuità che è governata in parte da chi dispone lo spazio e in parte da chi lo attraversa; forse solo in un luogo – com’è una casa antica, come concettualmente è la Casa Madre – in cui le forme sembrano dominate da altre forze e quindi sfuggire al controllo dei linguaggi d’elezione, si ritrova un’esperienza dell’arte che ha a che fare con il non artistico. Cioè, si può ricominciare a pensare l’arte come una cosa che riguarda la vita reale delle persone, che da lì nasce e che non è poi così diversa da quella immaginaria, piena di sogni e qualche volta di incubi. Nell’incrocio e nella sovrapposizione tra linguaggi eterogenei si è presentata l’occasione propizia per verificare sconfinamenti e mescolanze tra luce, immagine, segno e materia, che i due artisti hanno posto a fondamento di identità culturali, autonome per generazione e contesti di lavoro, eppure accomunate da un’origine che li lega. La Casa Madre ha svelato e incorniciato corrispondenze silenziose tra esperienze artistiche dense di memorie, credenze, misteri, allucinazioni provenienti da un mondo arcaico: quello della terra mediterranea, dove le cose rappresentate conservano sempre peso e spessore (siano immagini fotografiche, dipinti, sculture o installazioni) e quello stregato dai sogni lontani delle colline sannite di Paladino e delle campagne casertane di Biasiucci dall’incantevole nome Dragoni. Alla fine del percorso, riavvolgendo la matassa di riflessioni che ci hanno guidato nel labirinto della casa, non è difficile comprendere ciò che hanno in comune lo scultore e il fotografo. Forse, un’attenzione all’immagine, forma e sostanza dell’arte, contro ogni concettualismo che pretenda di aggiungere all’opera valore di senso, oltre la concretezza di ciò che sta e che è lì impresso, scolpito, stampato. Per dire insieme, lo scultore e il fotografo, che il problema non è nell’oltre, nell’aldilà, nella metafisica, ma al contrario nell’aldiqua dal quale provengono tutte le immagini, in quel niente che tutte le luci assorbe: nero come l’ombra, l’unica immagine che mai si scolla dalle cose, cara a Biasiucci; bianco come la calce che tutte le luci riflette, che tutte le cose lentamente inghiotte, cara a Paladino. La luce e l’ombra sono le precategorie che formano il loro punto di vista: e come nella caverna platonica appaiono solo sagome notturne o luci abbaglianti, così nella mano di Paladino e nell’obiettivo di Biasiucci le cose diventano magmatiche e fluttuanti. La Casa Madre accoglie e conserva questa incertezza ontologica, non la spiega e non la giudica, anzi la nasconde nei suoi angoli più riposti e lascia che la “cosa” dell’arte si ritragga o si esponga tra le tante altre cose che condividono il medesimo spazio. Tutto accade all’interno, nell’aldiqua dove ci sono origine e fondamento, mitologie e, sì, anche straordinarie finzioni: insomma la vita veramente vissuta, da riscoprire sollevando il velo di quei lenzuoli, ma con gesti leggeri come soffi. Se i greci diedero alla casa il nome oikos e sulla sua legge (il nomos) fondarono ciò che noi oggi chiamiamo economia, nella Casa Madre dell’arte si ripensa l’origine più lontana e forse dimenticata: un’idea dell’abitare che forgia il carattere e l’habitus caro alla teologia cristiana, cioè quella disposizione – come insegna Aristotele – in cui si esprimono tutte le umane virtù. Una mostra di artisti contemporanei è anche e sempre una riflessione sul contesto in cui le opere si manifestano in quanto tali, proprio perché inserite e ripensate in questo posto e in questo modo. Qui, dove Biasiucci e Paladino hanno provato a convivere in amicizia, si è voluto mostrare che l’arte, quando si espone fuori dalle regole precostituite, se lasciata libera di scegliere il proprio destino, trova la sua misura nell’uomo, nelle sue relazioni terrene e celesti, scegliendo la piccola parte di mondo dove non fa paura perdersi nei propri pensieri e in quelli degli altri, come a casa propria, nel luogo che è comune all’umanità dalla notte dei tempi.