Sorrento, l’utopia dello sguardo
Ripartire dalla “casa madre”, Antonio Biasiucci e Mimmo Paladino
di Giovanni Fiorentino
STORIA DI UNA CASA. DAL PRIVATO AL PUBBLICO
La “Villa dei fazzoletti” è una casa che ha segnato la geografia di Sorrento e l’immaginario dei sorrentini nel corso del Novecento. Costruita all’inizio degli anni Trenta per Antonino Fiorentino e Lucia Cuomo, la casa dei fazzoletti – prende il soprannome dall’attività di ricamo artigianale dei fazzoletti della signora Lucia – è stata per lunga parte del Novecento custode discreto della vita privata di una coppia. Con la morte dei proprietari, la casa di una vita è stata donata generosamente al comune di Sorrento. Oggi questo lugo è sede della “Fondazione Sorrento” e nel corso degli ultimi anni ha ospitato mostre ed eventi di genere diverso.
Ora la villa ospita il progetto site specific “La casa madre”. Un’unica opera, un’installazione pensata per quel luogo specifico. Che è un progetto di accoglienza reciproca tra Antonio Biasiucci e Mimmo Paladino. E una possibilità di abitare. Insieme: in termini di plurale che scarta l’individuale e sceglie le possibilità del “noi”. Un mondo comune immaginato nel dialogo e nella relazione: tra loro, con il luogo.
“Mettere su casa e abitarla insieme” ha scritto Eduardo Cicelyn, curatore del progetto. Il due piuttosto che l’uno, di artisti meridionali, campani, di “terra”, riconosciuti in tutto il mondo. La condivisione di Biasiucci e Paladino ha un precedente: la fucina del museo Madre di Napoli, il vettore Cicelyn e un’esperienza come Napolincroce (2008), nata sotto la pressione della “munnezza”, dell’emergenza di un’immagine partenopea devastata dalla cronaca e dai processi di informazione globalizzata.
RELAZIONE e MOLTEPLICITA’
La villa dei fazzoletti sembra vestita di bianco-sale. Nello splendore di luce della casa trovano spazio ombre e orme: i volumi delle sculture e i formati delle fotografie. Sempre diversi, l’uno e l’altro, ambiente per ambiente, fluidamente si perdono, si installano, si inseguono. Tra il piano terra e il terrazzino del secondo piano, tra la fontana che introduce alla villa e il giardino di arance e limoni che ne incornicia il retro. Dalla terra al cielo, di fronte al mare e al vulcano. Come acqua e fuoco, terra e aria, gli elementi che Biasiucci e Paladino sfidano e manipolano continuamente nella loro ricerca, in un flusso che apre l’interno all’esterno, l’esterno all’interno.
Il bianco, il contesto architettonico, l’ambiente circostante, diventano il liquido amniotico per la memoria e la relazione. Per una memoria meridionale dilatata e intensa, capace di fondere la storia e la cultura contadina con la contaminazione e l’apertura del mare: la centralità della casa, la stabilità degli spazi domestici – il fuoco di Hestia, divinità del focolare domestico – e la mobilità del viaggio, la rappresentazione dei grandi viaggiatori stranieri, la cornice immaginaria definita per l’intero Occidente nel contesto del Grand Tour – l’imprendibilità di Hermes, divinità del viaggio, della comunicazione, del commercio. Interno ed esterno del Sud, Magna Grecia e civiltà arcaiche.
POLITICA e SUD
La casa bianca – la montagna di sale rovesciata e abitata, non più da cavalli ma da fotografie, sculture, immagini – è per Sorrento un progetto completamente diverso dal passato. E’ una scelta lungimirante e coraggiosa, perché rappresenta una sfida al recente trascorso. E’ la sfida a riabitare l’accogliente privato trasformandolo, rendendolo aperto e migliore, con l’utopia dell’arte che ridisegna le possibilità di un’accoglienza pubblica.
E’ un progetto che implica uno scarto culturale e politico. Un’idea che introduce, per non rimanere fine a se stessa, un modo nuovo di concepire il bene collettivo e lo spazio pubblico: dunque, dove il privato si fa pubblico, e il pubblico è interesse del privato. Per ricostruire un’equazione distrutta da tempo.
La casa madre potrebbe diventare un manifesto politico. Il tentativo di poter pensare al tutto per la parte: al nostro, piuttosto che al mio, al tuo. Come la montagna di sale, meno eclatante e più ordinaria, l’arte elaborata dalla relazione tra Biasiucci e Paladino ci consegna una possibilità di speranza condivisa, iscrivendosi nella casa, quindi nello spazio che ci vede ognuno protagonista quotidiano dell’abitare il mondo. E vivere la vita. Come scrive ancora Cicelyn, la casa madre spinge a ripensare “l’arte come una cosa che riguarda la vita reale delle persone” (16). E di conseguenza, vorrei intensamente suggerire, a ripensare politicamente un modello Sorrento – l’intera penisola – alla luce della Casa Madre. Quindi re-illuminata, ri-costruita. Ri-abitata.
Parto dall’alto. Le ultime due stanze.
La prima. Il buio pesto dello spazio dove si rivelano volti neri come meteore implica una tensione fondante: cercare qualcosa, individuare i tratti del viso che si manifestano, seguirli fino alla completa sparizione.
Riconoscere l’altro, accoglierlo, pensarlo. Insieme a lui provare a cercare – costruire – forme nuove di luce.
La seconda. I brandelli in legno dell’angelo sparsi sulle pareti.
La mano dell’angelo, ricomposta dall’occhio, chiede di essere attivata in una rete di connessioni, in nuove pratiche, anche materiali, che tengano presente la dimensione potente della memoria e però aprendosi ad altre possibilità concrete, mai scritte e praticate in questo territorio.
MEMORIA
Nella Casa Madre si fanno i conti con la memoria, trasfigurandola. Il mito e le stratificazioni storiche millenarie, fanno i conti con la memoria cogente del Novecento. Nel contesto di un paesaggio fisico e mentale che è il Sud, fatto di stratificazioni e passaggi, di culture materiali che si sovrappongono e rimandano l’una all’altra, prendono posto elmi e forme di pane, sfere e corpi materni, limoni d’oro e mobili di legno elaborati dalla tradizione.
Nella realtà di Sorrento, e più ampiamente della Penisola, tra Vico Equense e fino a Capri, il mare costituisce una dimensione immanente, eternamente presente, specchiante fino al narcisismo più esasperato. Proprio come quella antica specchiera ricoperta di blu marino utilizzata da Paladino. Una sorta di immagine bidimensionale a dimensione di quadro: memoria di uomo con vista, che si infiltra sotto la pelle.
E però le aspettative create dalla Casa madre sono complementari e diverse: basta solo guardare la densità dell’acqua profonda e scura, tridimensionale, elaborata dal fotografo. Ombra dove raccogliere pochissimi sfregamenti della luce. La relazione tra Biasiucci e Paladino aggiunge alla luce del sole e alle pareti bianche e riflettenti della casa madre un diverso spessore, un’abitabilità degli spazi, una possibilità di muoversi, e di essere nelle tre dimensioni. Un sentire in relazione alle immagini.
Si devono fare i conti con la memoria e con la guerra dolorosa del Novecento per partorire ancora e diversamente. Con i legami viscerali di entrambi gli artisti, la provincia e la città, in particolare il legame profondo e tellurico con Napoli, allo stesso tempo vicina e lontana da Sorrento. La luce deve uscire dal buio e il buio deve produrre luce più durevole. Le ombre del fotografo di Dragoni, i fumi che avvolgono i maiali sacrificanti e la materia vulcanica che sprofonda nel corpo di Napoli – l’Italsider e i calchi dei musei scientifici, i nervi di metallo e il ribollire della lava – lievitano, si raffreddano nella tensione circolare del bronzo di Paladino, nella plasticità classica e rasserenata del mito, nelle grandi sfere o nel guerriero della tradizione mediterranea, interpretata dallo scultore di Paduli. Questa materia ha un suo posto nella Casa madre, ne prepara il grembo.
LENTEZZA & VELOCITA’
La velocità della sguardo e la lentezza del processo sono gli stessi. Per Paladino come per Biasiucci. La materia si fa, nell’occhio e nella mano. “Non cerco, trovo” dice, con Picasso, Paladino. Invece, sottrarre alla realtà esterna diventa per Biasiucci un modo essenziale per produrre una nuova realtà, visionaria. Un processo lento, quasi esiziale: uno svuotamento, piuttosto che un riempimento, che potrebbe coincidere con il taglio, e lo scarto, finale. Un processo di perdità, e di reinvenzione del sé, incarnato nella materia, e nell’ombra. La selezione e l’incontro con la materia da plasmare, il legno, ferro, l’oro e l’argento, il bronzo, l’argilla, la pietra e la carta, e un processo di trasformazione alchemica, delle cose, oltre che del pensiero. La sottrazione, in un processo di performance che ha radici nel teatro di Antonio Neiwiller, per Biasiucci. Emanazioni del sé. Un metodo e un’impronta riconosciuta, utopia dello sguardo, possibilità di ri-vedere e immaginare il mondo. Di abitare insieme, esaltando questa scena. Dando valore al contesto. Adoperando una serie di filtri magici: le radici socio antropologiche, la cultura visiva, la sapienza nel controllo e nella manipolazione dell’ “arte”, la scultura e la fotografia.
Utopia, sogno, fantasia, fierezza, nobilità, coraggio, come il Don Chisciotte interpretato da Paladino. Ancora utopia, immaginazione, etica, quotidianità, speranza, come il pane visionario di Biasiucci.
MAGIA
I volti che orbitano nel planetario di Biasiucci come i dormienti sospesi nell’acqua della fontana e i dodici apostoli tutelari posti in giardino da Palladino aprono uno spazio magico e potente. Dormono e sognano, sospesi in between: né morti né vivi, fantasmi che rendono possibile qualsiasi ipotesi. Tra l’interno della casa – nella stanza chiusa eppure aperta allo spazio siderale dei pianeti-facce –, e l’esterno della villa – dei corpi ripiegati sul fondo della fontana, delle statue di tufo che dialogano con il giardino di arance e limoni –, si aprono connessioni con gli spazi apparentemente lontani della vita del Golfo che si affaccia dalla terrazza di Sorrento. La malia dell’estetica dello strapiombo tufaceo che ha sedotto lo sguardo dello scrittore o del pittore romantico, molto prima di Enrico Caruso o di Lucio Dalla, è vicina. Eppure il mare che si vede dalla terrazza della villa è una lastra piatta, nasconde e preclude allo sguardo, include una storia lunghissima e circostanze evolutive complesse.
Volti e dormienti ci aprono al non visibile, a storie non raccontate, evocano un presente inquietante e rimandano anche al passato antico delle peschiere e delle ville greco romane. Allo stesso tempo, al fondo del Mediterraneo, ai migranti che lo hanno attraversato e vi sono rimasti sepolti. Introducono ai suoi numerosi segreti accumulati nel tempo. Fino al riposo tragico e allusivo, distante e presente, della morte.
Ci sono stanze veramente sognanti. Grazie mai ricevute. Quella dove il metallo dei piedini conficcati nelle pareti e le orme degli ex voto dialogano tra lo splendore dell’argento e il vibrare misterioso delle fotografie sovrapposte, come se fossero tirati fuori dal buio della cripta nella chiesa dedicata al santo patrono di Sorrento piuttosto che dalla basilica di Pompei o dalla chiesa del Gesù a Napoli. Quella del San Gennaro costretto in una gabbia metallica, di fronte allo stupore panico del volto infantile. Lo spettatore si apre a un nuovo mistero, laico però. Quello dove si intreccia la forma del polittico dei pani e il grande tavolo ad encausto e disegno.
Sembra il tavolo da lavoro degli artigiani del legno sorrentini, quelli oramai quasi scomparsi: con le iscrizioni di colore, il disegno, le bruciature, i segni degli scalpelli. Il tavolo di legno divide la stanza in due, e guarda due polittici incorniciati diversamente. Da un lato il pane cercato e costruito negli ultimi anni, siderico, lontano eppure materiale, ritmato dagli spazi bianchi della parete che dividono le immagini e raffreddato dai bordi neri delle foto. Dall’altra il pane incorniciato da un legno chiaro che richiama apertamente il colore del tavolo, realizzato negli anni Ottanta: le mani della madre ad impastare, a plasmare; il gesto che si disfa nell’acqua e farina, diventa altro. La comunanza pane legno è cultura artigiana del fare, odore pungente di lievito e segatura dei vicoli di Sorrento che attraversa il Novecento e si perde. Memoria profonda e cultura terrea e localizzabile, quello dell’interno campano, di Dragoni e Paduli, della provincia contadina di Caserta e Benevento, ma appunto anche quella della piana peninsulare, lussureggiante e marina che ha un retro-gusto e una dimensione altrettanto profonda, contadina, di terra oltre che di mare. Della casa madre che ospita questo lavoro, e lo rende unico nella fusione Paladino-Biasiucci, pratica, mentale, tridimensionale.
OMBRA e LUCE
L’oro dei limoni di Paladino esalta la parete bianca nella stanza al primo piano della casa. Richiama, anzi è, il “femminiello” massese, limone pregiato per la sua forma, la buccia sottile, la ricchezza di succo. Limoni e arance circondano la Casa madre, agrumi che sono stati letteralmente e per lungo tempo l’oro nella vita commerciale della terra di Sorrento: esportati ovunque e storicamente per gran parte del secolo scorso.
Uno scarto e sei di fronte ad una parete vulcanica, montaggio e contrappunto potente alle luci del Mediterraneo. Fuoco e terra coesistono e si trasformano in una fluttuazione energetica continua. Superficie lucente e magma interiore, il dentro e il fuori. Luce e crepuscolo, ombra e solarità, convivono in uno spazio condiviso, da abitare. L’uno è il rovescio dell’altro, il vuoto per il pieno. E l’uno non può prescindere dall’altro. Il fare comune di Biasiucci e Paladino è intelligenza connettiva e diversità plurale, entrambi dall’interno arcaico e campano si muovono verso il mare. Qui il Vesuvio non lo senti sotto i piedi. Anche la terra, gli ulivi e gli agrumi rimanenti, sono a ridosso del mare. Possono guardare, ed essere guardati, diversamente. Biasiucci e Paladino, possono aiutarci almeno a vedere una casa madre.