Per Biasiucci
di Goffredo Fofi
Tre Terzi, di Antonio Biasiucci, ed. Peliti Associati, Roma 2012
La fotografia è stata l’arte del XX secolo, quella che, con il cinema, ha saputo raccontarlo meglio almeno fino agli anni settanta, compresi gli anni settanta. Da allora il mondo è cambiato, ed è cambiato anche il posto della fotografia, che è stata messa al servizio di un’informazione estremamente servile, di un’economia che ha sopraffatto la politica e ha sopraffatto la democrazia, nemica giurata di entrambe. Non è da oggi, dunque, che la fotografia attraversa una crisi profonda, una perdita di necessità. Le arti mutano, sono sottoposte più che mai al flusso manipolato delle mode, imposto dal mercato, cioè dal denaro e da chi lo ghermisce e gestisce. Chi governa ha da sempre bisogno del consenso, alleato fondamentale nei paesi più ricchi delle possibilità di consumo lasciate alle masse. Come si è visto nel ventennio berlusconiano, la manipolazione del consenso e le possibilità del consumo hanno ucciso la creatività proprio mentre la propagandavano e imponevano come ricetta collettiva, un modo di vivere dei giovani – allontanati, con loro gaudio, dal lavoro manuale che la new economy amava veder superato – che li tenesse tranquilli: tutti artisti e tutti intellettuali, con il risultato di due generazioni di analfabeti laureati… ben più difficili oggi da alfabetizzare degli analfabeti veri di una volta.
La fotografia come forma di comunicazione, di informazione, di conoscenza veniva soppiantata dalla fotografia come registrazione di ogni minimo passo privato di ogni possessore di telefonino, e come pubblicità o come informazione controllata (cioè ancora pubblicità); la fotografia come modo di guardare alla società e di capirla e interpretarla – e proprio in quanto tale era stata l’arte del ’900 – veniva soppiantata dalla fotografia come “arte tra virgolette”, arte da galleria e da museo frammista alle dilaganti nuove espressioni (elettroniche) e alle istallazioni museali, al carnevale di quella che un tempo era la pittura.
La fotografia è morta, viva la fotografia? Nessun’arte è eguale nel tempo e svolge nel tempo una funzione fissa, sempre la stessa. E ci sono arti che riescono a stare al passo col tempo, a capirlo e dirlo, e altre che annaspano, cercano confusamente una via d’uscita e cercano di avere ancora un ruolo, di trovare un posto degno e necessario. Oggi per esempio il cinema si è diviso in due: lo spettacolo e la fiction da una parte, e il cinema dall’altra, un cinema di minoranza che cerca e riesce anche a trovare… mentre questo non sembra più accadere per il teatro, nel momento del suo trionfo di pubblico ma nel perverso meccanismo in cui tutti recitano, anche il pubblico; oggi per esempio l’illustrazione e il graphic novel hanno indubbiamente una vitalità straordinaria nonostante il mercato se ne sia accorto, e riescono perfino a essere la fiaba del nostro tempo, visiva piuttosto che orale; oggi per esempio la musica è merce e talora salotto, ma esprime ancora, soprattutto negli adolescenti, un bisogno vero di socialità e di espressione, prima che l’età adulta o il mercato lo castri; oggi per esempio la letteratura è massiccio intrattenimento prima che ricerca ed è risposta prima che domanda, è soddisfazione invece che inquietudine. E tutto è “narrato” spiegato giustificato, affinché chi usufruisce dell’altrui creatività – anche di quella dei grandi del passato – capisca tutto e mandi giù tutto…
La fotografia, dunque, sta in questo guado, in questa confusione di un’epoca globale e ipertecnica che ci sommerge e intontisce con immagini che sono tutto fuorché necessarie, e corrode e devia tutte le arti per scopi assai diversi dall’espressione e dalla sua libertà.
Come resistere a tutto questo? Uno dei modi che le arti sembrano aver trovato, non so quanto transitoriamente, è l’ibridazione – la miscelazione, il meticciato, la con-fusione. E questo dà spesso risultati sorprendenti quando è espressione di una ricerca adulta, e risultati costernanti quando è moda e scappatoia. Un altro è la pratica di un rigore che può portare fino all’estenuazione del proprio movimento, cominciata a volte in momenti più propizi al dialogo tra arte e società. Tuttavia rispettabile, questo è anche un modo di “tirarsi fuori dal quadro”, di uscire dai condizionamenti della tradizione, di stare nel nuovo anche se il nuovo ci appare più cupo che allegro, più mortale che vitale.
E’ la strada, mi pare, che Biasiucci ha scelto per attraversare la crisi, per non cedere alle mode, per restare fedele alla sua idea di arte e di fotografia. E i risultati sono sotto i nostri occhi: il compimento di un lavoro (anzi no: la nuova tappa di una ricerca) che conferma il suo talento e la sua ostinazione, la sua serietà. La natura e la storia, gli elementi e le cose, l’animale il vegetale il minerale… l’essenza, la base, la partenza e forse anche l’arrivo… Il mondo. Per scavare fino al nodo e all’origine, per ridar senso all’arte nell’instancabile perseguimento del senso. (Goffredo Fofi)